La Spezia si è stretta a Bruxelles: questo pomeriggio la manifestazione in Piazza Garibaldi. L'opinione di Federici, Vergassola e Benifei In evidenza

Di Gabriele Cocchi - "Guerre sbagliate". Così definiscono le guerre in Iraq e in Afghanistan ai microfoni di Gazzetta della Spezia, trovandosi inopinatamente d'accordo, il sindaco Massimo Federici e il membro della segreteria provinciale di Rifondazione Comunista Filippo Vergassola.

Mercoledì, 23 Marzo 2016 22:29

Il contesto è quello della manifestazione – priva di bandiere di partito, solo una bandiera europea e una bandiera della pace a fare da sfondo – contro il terrorismo e in ricordo delle vittime degli attentati di Bruxelles. Non sono mancate, a meno di ventiquattr'ore dalla strage che ha sconvolto il Belgio e l'intera Europa, le reazioni, i falsi allarme (come quello di stamattina in via di Monale), le prevedibili prese di posizione politiche e non.


Oggi, in Piazza Garibaldi, non ha voluto mancare, tra una folla a dire il vero non così numerosa, nemmeno il sindaco Massimo Federici. "Sono voluto essere qui oggi – dice a Gazzetta della Spezia - per testimoniare la vicinanza della città della Spezia alla grande città di Bruxelles e per testimoniare solidarietà nei confronti delle vittime di questo immondo attentato terroristico: il primo sentimento non può che essere questo. Poi si tratta di non cadere nella trappola della chiusura e della reazione della paura, di una paura che provoca controreazioni che mettono in discussione i nostri principi fondanti di civiltà. Come tanti osservatori dicono, e io lo condivido, il vero obiettivo di questi terroristi – continua Federici - è quello di farci arretrare dal punto di vista dei nostri valori fondanti, che sono quelli dell'apertura e anche dell'accoglienza. Devono essere naturalmente anche quelli della sicurezza: l'Europa da questo punto di vista si deve organizzare meglio e di più, però senza rinunciare a se stessa".


Ma le guerre che l'Occidente ha condotto in Afghanistan, in Iraq, in Somalia per interposta Etiopia c'entrano qualcosa? Non siamo stati forse noi, con centinaia di migliaia di vittime civili (gli "effetti collaterali", nel gergo militare), ad alimentare quell'odio che oggi ci si ritorce contro? "Queste sono domande impegnative – risponde il sindaco - è chiaro che quella guerra, penso soprattutto a quella in Iraq, abbia scatenato un effetto domino. Era una guerra sbagliata nei suoi fondamenti, che utilizzava un argomento rivelatosi poi falso, quello delle armi di distruzione di massa. È stato un grande errore dell'amministrazione Bush, che ha portato solamente disordine e sicuramente anche più spazio per coloro che fanno del terrorismo e del fondamentalismo la loro azione politica. C'è sicuramente anche da questo punto di vista una qualche connessione, però il tema è molto complesso e non va semplificato: siamo anche dentro una guerra all'interno dell'Islam. È questa poi la ragione principale di tutti questi effetti. Sicuramente – conclude Federici - se l'Occidente allora avesse avuto lo sguardo giusto su questo fenomeno avrebbe aiutato ad evitare escalation alle quali stiamo assistendo. Ormai si parla di milioni di morti da allora".


A fianco ai membri del Partito Democratico, dei sindacati e di Anpi, c'è anche Rifondazione Comunista, nelle vesti del membro della segreteria provinciale Filippo Vergassola: "Il significato di essere qui oggi – dice Vergassola – è un significato che sta su due piani: uno è quello della lotta al terrorismo, che è il nemico pubblico numero uno; l'altro è quello della sconfitta, che deve essere il nostro obiettivo, di tutto quello che ci viene propinato giorno dopo giorno come odio, come insieme di luoghi comuni da una classe politica, e in particolare da alcuni esponenti politici, come Matteo Salvini, che fanno sciacallaggio politico a puro e semplice fine elettorale speculando su una tragedia". E le cause di tutto questo? Per Vergassola la radice è "un rapporto che continua ad essere ambiguo tra l'assetto dei grandi poteri economici e il terrorismo. Non è decisivo in questo senso l'elemento che il terrorismo sia islamico, perché il terrorismo è da condannare qualsiasi tipo di natura esso abbia. La causa di tutto quindi non è il terrorismo, ma chi lo finanzia, e ancora una volta chi lo finanzia per mero calcolo economico. La risposta che dobbiamo dare deve essere sicuramente forte e decisa, ma essa non può mai sfociare nella banalità dell'odio". Quanto alle famigerate guerre in Iraq e Afghanistan e alla parte di responsabilità che l'Occidente tutto deve scontare, per l'esponente di Rifondazione "sono, assolutamente sì, una nostra responsabilità, che affonda le sue radici in quella grande truffa linguistica che è "esportare la democrazia": invece di esportare la democrazia si intende andare ad uccidere civili di popolazioni innocenti. Pensare di combattere oggi il terrorismo dichiarando guerra non si sa bene a chi è il problema e non la soluzione".


Poi c'è chi il campo di battaglia – in questo caso Bruxelles – lo ha visto da vicino perché è il suo luogo di lavoro: è il caso dell'eurodeputato spezzino del Partito Democratico Brando Benifei, arrivato poco prima dell'inizio della manifestazione dalla città in cui, stando ai numeri di questi minuti, sono morte 31 persone. Una città spettrale, stando alla descrizione di Benifei: "La città è deserta, soprattutto nel quartiere europeo. Ci sono ancora degli edifici usati come ospedali da campo. Il Parlamento, sempre vivo e pieno di persone, è irriconoscibile: c'erano tanti incontri ed attività in questi giorni che sono stati sospesi. Ce l'ho fatta per poco ad essere presente qui oggi: ci tenevo, qui nella mia città, a ricordare quello che è avvenuto ieri". Siamo in guerra come ha sostenuto il primo ministro Valls? Per Benifei non è di certo "una guerra tradizionale. Si tratta di un mostro che è cresciuto nelle comunità islamiche, che devono essere parte della soluzione dandoci una mano e condannando certi atteggiamenti e certe connivenze silenziose. In Europa abbiamo lasciato fertilizzare un Islam estremista pagato dall'Arabia Saudita e dal Qatar e non abbiamo sostenuto la nascita di un Islam europeo. Dovremo anche costruire misure di sicurezza e di controllo più forti, rinunciando probabilmente a qualche elemento di tutela della privacy: questo è un tema tra l'altro di cui ci dobbiamo occupare proprio ora come Parlamento Europeo". Per Benifei, però, il discorso sulla responsabilità dell'Occidente e sulle relative "operazioni di pace" "è un po superficiale, non credo sia il cuore della questione: si tratta di Islam radicale nato nelle moschee del Qatar e dell'Arabia Saudita in primis e dei paesi che coltivano il wahabismo e il salafismo. Le colpe dell'Occidente, più che quelle delle guerre che sono opinabili, e io ero contro la guerra in Iraq, sono da individuare nella sua incapacità di sostenere la nascita di un Islam moderato, come è stato possibile avere ad esempio negli Stati Uniti. Quello che è accaduto in ogni caso mi sembra dimostri che sui temi dell'intelligence e della sicurezza c'è bisogno di più, e non meno Europa: quello che è successo ci può solo dire che serve più Europa nella sicurezza e nella difesa comuni".


C'è anche chi non vorrebbe rinunciare, in onore alle legge del taglione, a tagliare qualche testa. Come il consigliere comunale del Partito Democratico Enrico Conti, che proprio ieri, in spregio al buonsenso e alla grammatica italiana, ha scritto su Facebook: "Sicuramente non sono più giovane ma se c'è da tagliare qualche testa islamica per tutelare i miei figli de nada problems basta che mi fate il machete di Tejo...". A leggere ed ascoltare i nostri consiglieri, verrebbe da dire ai terroristi: rinunciate, è troppo tardi per redimerci.

 

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