Dissesto idrogeologico: in Italia 7 milioni di persone a rischio e 145 vittime dal 2010. In Liguria il 100% dei Comuni ha aree a rischio In evidenza

Di Gabriele Cocchi - Un Paese friabile come il marzapane, che crolla appena viene giù qualche goccia d'acqua, senza che la cementificazione selvaggia si fermi anche solo per un attimo. È questo il quadro – impietoso – che esce dal rapporto di Legambiente "Ecosistema a rischio", presentato una settimana fa.

Giovedì, 26 Maggio 2016 09:26

"È cominciata la grande opera pubblica di messa in sicurezza del territorio italiano; è cominciata concretamente con il Cipe che ci ha consegnato i primi 700 milioni per questo scopo", affermava stentoreo il 28 febbraio 2015 Erasmo D'Angelis, allora capo della missione contro il dissesto idrogeologico di Palazzo Chigi e oggi direttore dell'Unità. Sembra però che quei milioni non siano bastati ad invertire la tendenza, sebbene Legambiente riconosca al governo Renzi un maggiore impegno sul fronte della prevenzione del rischio idrogeologico rispetto alle precedenti legislature.


Eppure i dati descrivono uno scenario che definire allarmante è poco: "nel 2015 – si legge nel rapporto di Legambiente - frane e alluvioni hanno causato nel nostro Paese 18 vittime, 1 disperso e 25 feriti e 3.694 persone evacuate o senzatetto. Eventi che hanno coinvolto 19 regioni, 56 province, 115 comuni e 133 località. Considerando il periodo 2010-2014 le vittime sono state 145 con 44.528 persone evacuate o senzatetto". Non risparmia le critiche Legambiente, evidenziando che "i risultati ottenuti dimostrano una situazione di grande ritardo nel gestire in maniera efficace e diffusa su tutto il territorio un'azione di prevenzione e riduzione del rischio. 7 milioni di cittadini si trovano ogni giorno in zone esposte al pericolo di frane o alluvioni. In ben 1.075 comuni (il 77% del totale) sono presenti abitazioni in aree a rischio. Nel 29% sono presenti addirittura interi quartieri e nel 51% dei casi sorgono impianti industriali. Nel 18% dei Comuni intervistati nelle aree golenali o a rischio frana sono presenti strutture sensibili come scuole o ospedali e nel 25% strutture commerciali".


Eppure la cementificazione e l'urbanizzazione delle aree a rischio non sono un fosco retaggio del passato, ma continuano imperterrite anche oggi: nel 10% dei comuni intervistati da Legambiente sono state realizzate strutture o edifici in aree a rischio nell'ultimo decennio. "A fronte di questa intensa urbanizzazione delle aree a rischio – continua il report di Legambiente – solo il 4% ha intrapreso interventi di delocalizzazione di edifici e l'1% di insediamenti industriali. Ancora in ritardo anche le attività finalizzate all'informazione dei cittadini sul rischio e i comportamenti da adottare in caso di emergenza. Se l'84% dei Comuni ha un piano di emergenza che prende in considerazione nello specifico il rischio idrogeologico, solo il 46% lo ha aggiornato e solo il 30% del totale dei Comuni intervistati ha svolto attività di informazione e di esercitazione rivolte ai cittadini, essenziali per preparare la popolazione ad affrontare situazioni di emergenza".


Interessante notare come siano soltanto 3 i comuni in cui la popolazione residente in aree a rischio è compresa fra 50.000 e 100.000: tra questi, oltre a Ferrara e Reggio Emilia, regna incontrastato il nostro capoluogo di regione: Genova. "Da notare tuttavia – aggiunge Legambiente - che valutando sia le aree esposte a rischio di frana che quelle a pericolosità idraulica il comune di Genova supera i 100.000 abitanti in zone a rischio".


"La stima del numero di cittadini quotidianamente esposti al pericolo di frane e alluvioni – si legge in "Ecosistema a rischio" - testimonia chiaramente come, negli ultimi decenni, l'antropizzazione (opera di modificazione dell'ambiente naturale attuata dall'uomo, ndr) delle aree a rischio sia stata eccessivamente pesante. Se osserviamo le aree vicino ai fiumi, risulta evidente l'occupazione crescente delle zone di espansione naturale dei corsi d'acqua con abitazioni, insediamenti industriali, produttivi e commerciali e attività agricole e zootecniche. L'urbanizzazione di tutte quelle aree dove il fiume in caso di piena può "allargarsi" liberamente ha rappresentato e rappresenta una delle maggiori criticità del dissesto idrogeologico italiano (do you remember Aulla?, ndr). Anche gli interventi di difesa idraulica – prosegue Legambiente - continuano a seguire filosofie tanto vecchie quanto evidentemente inefficaci: in molti casi vengono realizzati argini senza un serio studio sull'impatto che possono portare a valle, vengono cementificati gli alvei e alterate le dinamiche naturali dei fiumi. Soprattutto, troppo spesso le opere di messa in sicurezza si trasformano in alibi per continuare a costruire. In molti casi, infatti, la realizzazione di interventi puntuali di messa in sicurezza ha reso più sicure le zone in prossimità di corsi d'acqua che sono divenute quindi aree su cui era possibile edificare nuove strutture e insediamenti, aumentando in questo modo i beni esposti al rischio (in termini di persone e di strutture o edifici), il suolo impermeabilizzato, alterando la dinamica del corso d'acqua e di fatto contribuendo ad accrescere il rischio".


È tristemente noto come il fenomeno della cementificazione selvaggia sia riconducibile ad un nome che noi liguri dovremmo conoscere bene: rapallizazzione. È a Rapallo, infatti, che negli anni '70 cominciano a spuntare come funghi abitazioni su abitazioni con un grave deturpamento della linea costiera, descritto con sconcerto da Indro Montanelli nei suoi reportage. E allora, in che situazione è oggi la Liguria? Nella nostra regione, su un complesso di 235 comuni, 42 sono a rischio di frana (il 17,4%) e ben 194 sono a rischio di frana e a pericolosità idraulica (l'82,6%), per un totale di 235 comuni con aree esposte a pericolo. Ciò significa che il 100% dei comuni liguri ha aree a rischio di dissesto idrogeologico. Entrando più nel dettaglio, fra i 35 comuni liguri intervistati, 19 hanno attività produttive in aree a rischio (il 54%), 32 abitazioni in aree a rischio (91%), 20 interi quartieri in aree a rischio (57%), 15 strutture sensibili in aree a rischio (43%) e 18 strutture commerciali o ricettive in aree a rischio (51%).


Per quanto riguarda l'attività di prevenzione, la manutenzione ordinaria nell'ultimo anno e le opere di mitigazione del rischio hanno riguardato 30 comuni (86%), il tombamento di corsi d'acqua è stato eseguito in un solo comune, la delocalizzazione di abitazioni in soli 4 comuni (11%) e la delocalizzazione di fabbricati industriali in soli 3 comuni (9%). Dati che si commentano da soli.


Poche le informazioni che riguardano la nostra provincia: a Framura vi sono quartieri in aree a rischio idrogeologico, mentre Carro non si fa mancare niente, con industrie in aree a rischio di dissesto; ma Pignone supera tutti in velocità, sia con interi quartieri che con industrie in aree a elevata pericolosità. Svetta per incuria Sarzana, che risulta la vincente di questa triste sfida, con industrie, quartieri e strutture sensibili in aree a rischio di dissesto idrogeologico.


Dura la conclusione del rapporto di Legambiente: "è evidente che il tema della fragilità del territorio della nostra Penisola deve diventare centrale nella riflessione comune a tutti i livelli di governo del territorio e il lavoro per realizzare una effettiva mitigazione del rischio idrogeologico deve di necessità prevedere una improrogabile inversione di tendenza. Innanzitutto occorre fermare il consumo di suolo, visto che negli ultimi anni le superfici artificiali sono passate dal 2,7% negli anni '50 al 7% stimato per il 2014, con un consumo medio di suolo compreso tra 6 e 7 metri quadrati al secondo".


Forse, in un futuro lontano, quando agli annunci saranno sostituiti i fatti, due sole gocce d'acqua non faranno più crollare l'Italia. Chissà quanto è lontano quel futuro.


Qui è possibile scaricare il dossier di Legambiente.
Qui è possibile scaricare le tabelle del rischio comune per comune.

 

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