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Migranti, Sommovigo: “Stiamo cominciando a ragionare da setta, non da comunità” In evidenza

Intervento di Pierluigi Sommovigo, segretario provinciale PdCI - C'è da preoccuparsi. Veramente. Le ultime notizie dall'Italia e dall'Europa indicano un disfacimento progressivo di quella che dovrebbe essere una comunità solidale e la sua trasformazione in "sette" che si chiudono sempre di più in se stesse.

Vicino a Treviso c'è stata una rivolta di residenti assieme a militanti di Lega Nord e Forza Nuova contro l'arrivo di un centinaio di persone provenienti da paesi del cosiddetto "terzo mondo". Ci sono stati disordini, incendi e qualche saccheggio. A Roma, per impedire l'arrivo di una ventina di persone ("profughi", "migranti", "clandestini", comunque persone) in un centro d'accoglienza, ci sono stati blocchi stradali e tafferugli provocati soprattutto da esponenti di CasaPound. Anche nella nostra provincia ci sono stati alcuni casi di intolleranza e razzismo a partire da quello avvenuto a Sarzana nei confronti dei dodici extracomunitari ospitati nella ex discoteca "Zebra" fino ad arrivare alle prese di posizione assunte da alcuni cittadini nel paese di Biassa.

Gli episodi di vandalismo e violenza e di intolleranza ricordano tragicamente situazioni tipiche degli anni che hanno preceduto la seconda guerra mondiale e le leggi razziali. Il nemico è diventato chi sta peggio di noi perché potrebbe toglierci quei piccoli privilegi che crediamo siano il nostro benessere. Le convinzioni che circolano sui migranti (... portano malattie ... sono pericolosi per "i nostri figli" ... portano degrado ... con la loro presenza  fanno deprezzare le nostre proprietà ...) sono indicative di un'informazione truffaldina, parziale e pilotata. Una istigazione a un'ignoranza di fondo che impedisce tanto il ragionamento quanto la ricerca di soluzioni al problema. Un'ignoranza che è caratteristica ormai endemica di un modello di sviluppo spaventoso che fa del profitto individuale (e non del miglioramento delle condizioni di vita dei popoli) l'unico fine della vita.

Viviamo in un sistema profondamente ingiusto; in un mondo dove una infima percentuale di persone ha la quasi totalità della ricchezza globale e non riusciamo ad accettare che persone come noi si spostino in paesi considerati più ricchi per poter sopravvivere. Ma, soprattutto, non ci ribelliamo contro chi ha creato le condizioni che sono all'origine di questi esodi di massa (chi ha bombardato interi paesi e ha favorito con finanziamenti e armi il terrorismo) e che non sa risolvere o non vuol risolvere un problema certamente complesso ma che può e deve essere affrontato con giustizia e umanità. No! Ci hanno inculcato l'idea che l'unica cosa da fare è scagliarsi contro le principali vittime di questa situazione, contro chi scappa dalla morte e dalla fame. L'accoglienza viene relegata ai margini della società, a chi (si crede) la debba fare per vocazione, volontariato o per "carità cristiana".

Viviamo (ma il ragionevole dubbio è che lo vogliamo fare) in un mondo di spietato individualismo nel quale il nemico è sempre e comunque il più debole, chi è diverso, chi parla un'altra lingua, chi professa un'altra religione, chi non ha il colore della pelle come la nostra, chi è povero e disperato, chi fugge da terrorismo e devastazione. Ci stanno convincendo che il nemico che dobbiamo combattere è l'innocente.

Stiamo elaborando una visione da "setta" e non da "comunità" che fa presagire un futuro oscuro fatto di campi di concentramento, barriere fisiche e mentali, recinzioni di filo spinato ... una tragica guerra tra uguali che può distruggere qualsiasi civiltà. Anche la nostra, quella che vogliono farci credere sia la migliore. (20 luglio)

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