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"Lavoro migrante" - Corpo da lavoro. Brain at work

di Francesca Dallatana Parma - Un corpo da lavoro che sa di non essere solo braccia.

Ero il mio corpo.
Le braccia: gli attrezzi da lavoro. Ho spalle larghe, gambe forti, sono alto.
Sono scolpito e solido, capelli a spazzola, mascella quadrata. Quando tolgo gli occhiali scuri a fascia, il verde degli occhi taglia come una lama. Chi mi guarda si sente in colpa come se avesse commesso un reato anche se è pulito. Sembro invincibile.
Indosso un maglione dolcevita. Ho abbottonato la giacca nuova nel tentativo di contenere la pancia.

Cerco lavoro da mesi. Oggi incontro un possibile capo.
Mi passo la mano sui capelli appena tagliati. Mi guardo. Sembro giovane ma sono vecchio.
Posso fare solo ciò che il corpo mi permette.
Lo specchio mi rimanda l’immagine di me stesso con la faccia nera, i denti bianchi, la torcia sul casco, la tuta. Nessuno di noi palombari del carbone era pronto alla luce della superficie. Era uno dei pochi lavori sicuri, trent’anni fa. Ci sentivamo onnipotenti. Ci eravamo staccati dall’Unione Sovietica, rivendicando l’autonomia economica. L’Occidente ci guardava con riguardo. Intanto la dittatura faceva la voce grossa.
Ho studiato meccanica per l’agricoltura. Prima di finire sotto terra.

Quando sono ritornato sopra la terra, il Paese era cambiato. Ceausescu finito. Pensavamo fosse sufficiente uccidere il dittatore per sentirci europei. L’Europa mostrava interesse per il Paese. Molti imprenditori avevano aperto fabbriche. L’industria del gioco si era diffusa.
Una nuova povertà e una ignoranza travestita da progresso si era sostituita alla prigionia inferta dalla dittatura. Il nuovo potere aveva chiamato in piazza noi minatori per sedare le manifestazioni degli studenti. Nel nuovo corso del Paese ancora claudicante avevo messo la testa fuori dalla terra. Ero emerso dal sottosuolo per fare un lavoro che il mio corpo mi permetteva: il buttafuori, il poliziotto privato, chiamatelo come volete. Lavoravo nelle discoteche e nei casinò frequentati dagli europei, venuti a comprare le nostre fabbriche, a portare le coltivazioni geneticamente modificate nella nostra terra, a usare le donne. Quando qualcuno di loro era indesiderato, mi avvicinavo con gli occhi fasciati dagli occhiali scuri anche di notte e lo invitavo ad andarsene. Se non accettava l’invito trasferivo il corpo estraneo all’esterno lontano dagli sguardi degli altri frequentatori. Dopo l’uscita, quel corpo non varcava più la soglia del locale. Mi facevo capire. Ero discreto.

Le ragazze arrivavano dalle campagne e si aspettavano una vita nuova in un Paese lontano.
Cercavano un futuro, senza sapere quale.
Prima di rompere il giocattolo nuovo, in un battito d’ali gli uomini si illudevano di rinascere nell’incanto di un altro cielo.
L’extraterritorialità donava loro l’impunità. L’impunità li liberava dal ricordo. L’oblio permetteva loro di andare e tornare. E di vivere due vite su binari paralleli.
Gli occhi e i sorrisi, la trama della pelle come canale della comunicazione al posto delle parole. Per quelle donne ancora bambine alla ricerca di una favola era facile confondere il gioco di una notte con l’incipit di una musica nuova.
Non sempre agivo su richiesta. Non sempre mi limitavo a mettere alla porta.

Mi capitava di ripensare alla miniera. Non ero sicuro di ritornare vivo in superficie, quando mi calavo. Poteva crollare una impalcatura. Avrei potuto morire sepolto con il trapano pneumatico in mano. Sotto terra non avevo mai avuto bisogno di picchiare o di spaventare. Stavamo attenti al gruppo. Noi eravamo il gruppo, dentro la pancia della terra. Tornavamo ad essere individui, solo fuori, alla luce.
Non volevo ritornare in miniera. La sensazione di essere sotto terra te la porti addosso anche quando finisce il giorno.
Durante la notte mi capitava di confondere le coperte con la crosta terrestre e di sbriciolare con le unghie quell’ammasso rigido, fragile ma tagliente e sottile. Mi liberavo di colpo delle coltri del sonno nel bagliore angosciato del risveglio.

Dopo il lavoro nella sicurezza, ho fatto l’escavatorista. Mi dava pace rimuovere la terra da sopra dopo avere destabilizzato l’equilibrio trapanando da dentro.
Il cammino del Paese ancora non aveva trovato il suo ritmo. Pochi soldi per una vita senza futuro.

Allora, l’Europa. Seguo il cognato in Italia. Con lui, nella stessa officina, faccio il gommista. La forza non manca. Poi lavoro all’allestimento delle fiere. Lavori precari. Cominciano e sono già finiti. Come i soldi.
Cerco e trovo lavoro come operaio in una fabbrica alimentare. Non ho paura di lavorare duro. Andiamo avanti per quasi tre anni, la durata massima di allora per i contratti a termine in Italia.
Mi sono impegnato. Ho due donne, in turni diversi. Si danno il cambio. Una arriva e l’altra stacca per andare a dormire. Frequentare la prima mi permette di sedurre più facilmente la seconda. Una di loro è sposata: mi fa sentire libero: è italiana. L’altra è moldava ma vive qui da anni. Lei ed io parliamo in rumeno tra di noi, in fabbrica parliamo in italiano. Tre anni sono un tempo lungo ma anche molto breve. Difficile capire se ci siano altri impegni, altre relazioni di cuore, quando i turni ti obbligano al lavoro per un terzo della tua giornata. Con una ho stretto la relazione durante le ore di lavoro. Ho dato cadenze regolari alle uscite. Sono stato attento a non destare sospetti. La seconda l’ho frequentata un po’ di più nel tempo libero. Uscivamo. Non frequentavamo colleghi di lavoro. Le due relazioni si alimentavano. Con la moldava respiravo nel silenzio rilassato della stessa lingua. Ci capivamo senza il bisogno delle parole. Mi dava sicurezza. Le parlavo, mi ascoltava. Mi perdevo nella confidenza dei suoni. Lei si fidava di me.
Con l’italiana la tensione del corpo era una molla irresistibile. Una calamita. Il mio corpo non trovava pace nel vortice di un piacere senza pudore. L’extraterritorialità mi rendeva aggressivo e adrenalinico.
La tensione era diventata una dipendenza. Il piacere sfuggente come un’illusione ottica
Qualche volta ho avuto l’impressione che le due si parlassero. Una venatura del pensiero.

Ho lavorato duro. L’azienda voleva trasformare il mio contratto a tempo indeterminato. Poi il capo ha cambiato la sequenza dei turni. E le due donne sono finite nello stesso gruppo. Finivano quando io cominciavo. La vicinanza ha portato le parole. E le parole, le confidenze. Insieme, mi aspettavano al varco alla fine del turno, mi aggredivano con le parole, alzavano le mani. Per poi accapigliarsi tra di loro escludendomi dalla rissa. Un teatrino al quale assistevano gli operai. Era la telenovela della fabbrica. Si parlava del rumeno e delle due amanti. Le donne, tutte, si sentivano raggirate. Ho temuto il linciaggio all’uscita dal bagno, al parcheggio. Nel sonno, le vedevo avanzare contro di me, impugnando strumenti d’officina. Più di una volta ho trovato l’automobile danneggiata.
Mi ero avventurato nell’area protetta della confidenza dove le aspettative si alimentano nel silenzio dei gesti quotidiani e in punta di piedi. Avevo abusato della confidenza linguistica con la moldava.
L’italiana mi dava la scossa. In un tempo rubato oltre il lecito. Tutto era possibile oltre il confine. L’extraterritorialità mi dava onnipotenza. Avevo rotto l’argine dell’impunità sociale.
Il lampo inaspettato di un flash a inondare di luce brandelli di colore di una vita grigia.
Respiravo la stessa esaltazione degli europei nelle nostre discoteche.
Andare al lavoro era diventato fisicamente pericoloso.

La rinuncia al contratto a tempo indeterminato: la mia salvezza fisica. E il trasferimento lontano dalla città.
Fino a un nuovo lavoro in un’altra fabbrica alimentare.
Facevo tutto. Dal magazzino alla produzione. Nessuna socialità e molto lavoro fisico.
Il lavoro aliena senza le parole. Avevo bisogno di piangere e di bere.
Bevevo da solo, alla sera. Seduto a un tavolo vuoto.
Da massiccio ero diventato grosso. Mi sono ammalato.
Ho continuato a lavorare. Per dieci anni.
Il lavoro può diventare una dipendenza. Come lo era stato l’allenamento fisico durante i due anni del servizio militare. Il capo era il padrone. Il mio corpo era una macchina vecchia. Trascinavo i piedi. Ero diventato diabetico. Ero allergico alle sostanze chimiche utilizzate in fabbrica. Ma il lavoro non era cambiato. Il capo aveva fatto finta di non capire. Il medico del lavoro continuava a dichiararmi idoneo. Ho continuato a lavorare. Sono svenuto.
Quando ho smesso di essere il mio corpo, il capo mi ha licenziato.

Voglio essere il mio cervello, ora.
Non posso rientrare in Romania. Dopo tanti anni in Italia, non saprei più che cosa fare, dove andare. L’Italia non è il mio Paese, ma posso stare in silenzio senza dimostrare.
Trattengo la pancia dentro il maglione dolcevita. Ho le mani e le braccia libere. Tolgo dalle mani gli anelli, quello d’oro con il rubino, la fascia di argento all’anulare sinistro.
Sono pronto per questo nuovo lavoro di autista personale.
Il nuovo capo è atletico. Tatuato dappertutto. Ha capelli corti come i miei. E’ chiaro di occhi e di pelle. Si chiama Valeriu, come me. Parla in italiano. E’ un imprenditore.
Non mi concede la confidenza della lingua. Lui potrebbe essere il suo corpo. Quello che io non sono più.
Il mio passato, il suo presente: un corpo da lavoro, un cervello al lavoro.
Io sono il gruppo che è dentro di me: il minatore, l’escavatorista, l’operaio che fugge nell’extraterritorialità dell’illusione. Che tradisce. Un corpo da lavoro che sa di non essere solo braccia.

 

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