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di Francesca Dallatana - Alcune storie.

Ho pagato per lavorare. Una parte del primo stipendio al mio capo. Mi fido del mio capo. Viene dal mio Paese. Mi ha chiamato lui. Mi ha assunto lui. Lavoravo per dodici ore al giorno. Pagavano quasi tutte le ore straordinarie. Lo stipendio era alto. Dopo due proroghe, hanno trasformato il contratto a tempo indeterminato. Lavoravo anche al sabato, dalle sei alle quattordici. Pagavano quasi tutto. Avevo sempre il telefono acceso. A volte mi chiamavano anche due ore dopo dalla fine del turno per chiedermi di tornare al lavoro. Io andavo. Dopo quasi tre anni mi sentivo stanco. Avevo cominciato ad ascoltare le voci della fabbrica.
Straordinari non pagati, livello contrattuale basso rispetto alla mansione. Cominciavo a capire meglio la lingua. Ero sempre stanco e speravo di dormire di più oppure di guadagnare molto di più. Dormivo a casa di un amico, rannicchiato vicino alla porta del bagno. Un Sindacato presente in azienda ha cominciato a fare propaganda. A dire che dovevamo lottare per i nostri diritti. Che dovevamo fare i picchetti per non fare entrare gli altri operai al lavoro. Avevamo diritto a guadagnare di più. Abbiamo fermato la fabbrica più di una volta. Un altro Sindacato ha cercato di parlare con noi. Una donna sindacalista ci ha detto che dovevamo concordare un aumento di salario con l’azienda. Ma soprattutto dovevamo chiedere delle migliori condizioni di lavoro. A partire dalla sicurezza. Concordare: per me era un verbo difficile in italiano. Per gli operai italiani era un verbo che faceva ridere. Allora abbiamo fermato il lavoro. Bloccato le porte. Invocato il diritto di sciopero. L’altro Sindacato se ne è andato. Perché non lo seguiva nessuno di noi. Volevamo fare la guerra al padrone. Mi sembrava di essere tornato in Libia. Fare la guerra al padrone per me voleva dire uccidere chi mi aveva torturato. Poi il lavoro è finito. Mi hanno licenziato perché ho chiesto i miei diritti. Non ho mai ritirato la lettera di licenziamento. Nel frattempo avevo cambiato casa. Non so che cosa abbiano scritto. E se fosse stato un richiamo disciplinare, io non ho risposto. Perché non l’ho mai letta. Nel frattempo, il Sindacato di guerra ha continuato a chiederci di manifestare pubblicamente con loro. Non ho mai capito che cosa realmente abbiano chiesto. Ho perso il lavoro. Un lavoro che avrei lasciato comunque. Forse in un altro modo. Ho bisogno di un lavoro, adesso. Ancora. Sono senza casa. Senza residenza. Il mio capo non risponde più al telefono. Lui non si fida più di me. Io non mi fido più di lui. E neanche del Sindacato di guerra. Samba, Gambia.


Lavoravo per dormire. Non ero il solo. Cinque di noi si addormentavano subito sui sedili del furgone. Un sonno profondo e breve. Il sedile di un furgone è comodo anche se è duro. Non è freddo e ruvido come l’asfalto. Dormire fuori, per credere.
Il punto di ritrovo era vicino a un centro commerciale dove il furgone poteva rimanere nel parcheggio per qualche decina di minuti. Non eravamo mai più di dieci. Nel baule, un paio di biciclette pieghevoli. Tutti reclutati attraverso il passaparola. Le referenze della strada. Sul furgone qualcuno guardava il telefono, mentre gli altri speravano in un sonno senza ritorno. Profondo come un sogno. Così, ogni mattina all’alba.
Il furgone viaggiava fino alla città vicina. Dove caricavamo uno zaino sulla schiena oppure un borsone a spalla. Distribuivamo volantini pubblicitari nelle cassette della posta delle case. Le persone ci guardavano male. Mentre noi pensavamo alla liberazione del ritorno. Immaginavamo il corpo abbandonato al sedile. Stavamo in giro tutto il giorno. Dopo la distribuzione, l’autista faceva controlli a campione. Alla fine della giornata tornavamo alla città di partenza. Qualche volta ci pagavano. Una volta ogni tre mesi. Lo stipendio di tre mesi prima. Un lavoro part time, da contratto. Si ritornava nel tardo pomeriggio. Scarpinavamo per otto al giorno e più. Ci hanno sempre dato la busta paga. Ma ci pagavano solo per qualche ora al giorno. Il resto delle ore erano ferie oppure permessi.
Dopo qualche mese il furgone ha smesso di fermarsi al centro commerciale. Ho telefonato al capo, quello che mi aveva chiamato la prima volta. Non ha risposto.
Mi ha richiamato, tempo dopo. Mi ha chiesto di raggiungerlo in un ufficio, di portare il codice fiscale. Glielo ho consegnato. Hanno fatto qualcosa con il computer e mi hanno detto che ero libero.
Sono andato a cercare un posto per dormire. Ho spiegato che non mi chiamavano più al lavoro. Mi hanno mandato al Sindacato. Questa è una storia di sfruttamento lavorativo, ha detto il sindacalista. Ti hanno fatto un contratto part time e tu lavoravi per tutto il giorno. Ti hanno pagato meno ore di quanto hai lavorato. Ti pagavano in ritardo: lavoravi perché speravi di avere lo stipendio dei mesi precedenti. Quando hai dato il codice fiscale, ti sei dimesso. Lo hanno usato per comunicare le dimissioni. Hai perso il diritto alla disoccupazione. Devi imparare a lottare. Rivendicare i diritti.
Sei un lavoratore, un cittadino. Era cattivo, quando lo diceva. Arrabbiato con il mondo.
Io sono stanco, ho pensato.
Dormivo per poche ore tutte le mattine, quando lavoravo. Ma dormivo. Non in strada. Sul sedile, con i piedi su una superficie asciutta, con il tetto del furgone sulla testa. In inverno fa la differenza. Hai pagato caro l’affitto del sedile. Non ti hanno dato i soldi guadagnati. La stanchezza annienta. Cancella la rabbia. Toglie il senso della realtà. Il sindacalista mi ha portato in pizzeria dopo l’incontro. Ho mangiato solo una piccola parte della pizza. Non ho voluto portare via quella che non ho mangiato. Non so dove metterla. E il mio stomaco non riceve più. Lui mi ha guardato torvo.
Ho bisogno di dormire. Non dei diritti. Daouda, Mali


Un curriculum costa dai tre ai dieci euro. Dipende dal negozio. Li scrivono soprattutto quelli dei money transfer. La signora che mi accoglie dice che il curriculum da solo non serve. E’ importante avere contatti sul territorio. Il lavoro l’ho trovato così. Un suo amico ha un ristorante e mi ha preso a lavorare.
Non mi vogliono più. Adesso. Dopo mesi. A lavare piatti e bicchieri. Un lavoro duro. Siamo alla metà di agosto quando il postino suona il campanello con insistenza.
Non credo sia per me la lettera. Invece è per me la busta con il nome del ristorante. Firmo e rientro. Apro, leggo. Non mi sono presentata al lavoro, scrivono. Lo ha detto il capo di non andare perché non hanno bisogno di me al mattino e al pomeriggio torna mia figlia da scuola. Gli telefono, non risponde. Gli scrivo un messaggio e non risponde. Vado al ristorante e mi dicono che lui non c’è. Ritorno a casa. Al primo piano dell’edificio, vedo una finestra aperta. Di solito ci sono due persone, che aiutano a cercare lavoro. Mi aprono e mi ascoltano. Nessuno risponde al telefono dal Sindacato. Scrivono loro una risposta al ristorante. Che contesta la mia assenza dal lavoro. Entro cinque giorni devo giustificarmi. Sul contratto hanno scritto che il mio orario di lavoro è al pomeriggio. Avevo concordato di lavorare al mattino, con le parole. La donna e l’uomo vogliono tutto e subito: contratto, buste paga, i fogli presenza, tutti i messaggi ricevuti. Leggono. Ti vogliono fare passare dalla parte del torto. Non ti sei presentata al lavoro. Ti devi giustificare. Altrimenti ti licenziano. Con la loro voce in sottofondo, chiamo il capo. Non risponde. Voglio dire a questi due che non è vero. Devi andare al lavoro al pomeriggio. Questo dice il contratto. Ma io avevo concordato un orario diverso. Non ha valore la parola, se non è scritta. Preparano una risposta. La lavoratrice ha sempre lavorato al mattino, come da vostra richiesta. E’ disponibile al lavoro, al mattino. Chiede di lavorare come al solito, dalle nove alle dodici. Di colpo diventano scuri in volto: perché non hai chiesto di cambiare l’orario di lavoro sul contratto? Non puoi lavorare al mattino. Lo sapevi. Mi ha presentato la signora che mi accoglie. Il ristoratore è un suo amico. L’accoglienza è una trappola. Non può durare per sempre. Da quanto tempo sei in accoglienza? Tre anni, rispondo. Devi guadagnarti da vivere, pagare l’affitto. Devi diventare una cittadina. Devi pagare le tasse. Mi sento male. Voglio scappare via da queste persone, più dure del proprietario del ristorante che non mi ha risposto al telefono. Devo firmare la lettera, adesso. Vorrei firmare le dimissioni. E andare via da questo Paese. Esco. Dopo due giorni mi chiamano e mi dicono di andare al Sindacato. Il Sindacalista ha occhiali con fondi di bottiglia al posto delle lenti, una scrivania ingombra di carte fino al naso. Legge il contratto. Perché hai accettato un contratto che sapevi di non rispettare? Non volevo offendere. Strizza gli occhi, dietro i fondi di bottiglia. E si mette a scrivere. Poi telefona al consulente del lavoro. Alza la voce, non ottiene nulla. Non sono andata al lavoro. Questo è il fatto. I paladini del diritto sono persone poco accomodanti. Sono in pochi. Molti recitano solo la parte. A me sono capitate persone inconcludenti. Il sindacalista ha concordato la mia uscita dal lavoro. Pochi soldi, ma tutele: disoccupazione e un progetto di ricollocamento. Quelle come me hanno bisogno di soldi. Di lavorare per dissolvere il passato nella stanchezza e di avere contatti di salvataggio. Meglio tacere e denunciare solo se si è sicuri di realizzare denaro.
Il nostro tempo ha un altro ritmo. Per questo motivo, ce ne andiamo senza dire. Per rimanere qui, di noi, abbiamo detto anche troppo. Happiness, Nigeria.

 

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