CNA, la "gabbia dorata" della burocrazia incatena le imprese e frena la crescita In evidenza

di Doris Fresco- Presentati i dati dell'Osservatorio nazionale di CNA “Comune che vai, burocrazia che trovi”. Emerge un quadro complesso, spesso sottovalutato.

Martedì, 06 Novembre 2018 16:20

Un argomento risaputo, ma sul quale è giusto puntare i rifettori: la burocrazia rimane un elemento che frena le potenzialità di sviluppo e di crescita dell’Italia e che, come spiegato questa mattina in conferenza stampa da Federica Maggiani, presidente CNA La Spezia: "Presta il fianco a comportamenti opachi che non di rado alimentano la corruzione o che assorbono risorse che potrebbero essere investite per comprare macchinari o aumentare la formazione professionale". Ore passate in cosa; spese che si aggirano intorno ai 20 mila euro; uffici da contattare e ricontattare: anche questi elementi frenano la nascita di nuove imprese o la crescita di quelle esistenti e a peggiorare la situazione è il fatto che molto spesso l'iter cambia da comune a comue. 

Numerosi, negli anni, i tentativi di riforma e i proclami dei governi che si sono succeduti; argomento trasversale di ogni forza politica: "Ci sono state delle iniziative concrete, che però non hanno mai avuto efficacia, soprattutto perchè non partivano da un'analisi chiara, così ad ogni riforma seguivano dietrofront o ennesime complicazioni". Per questi motivi CNA, con l’Osservatorio 'Comune che vai, burocrazia che trovi', alla prima edizione, ha raccolto i dati presentando un panorama completo ed esaustivo della situazione. Una indagine condotta sul campo, in collaborazione con 52 CNA territoriali, in rappresentanza di altrettanti comuni, di cui 50 capoluoghi di provincia.

Lo studio prende a esempio cinque tipologie d’impresa: acconciatura, bar, autoriparazione, gelateria, falegnameria. Di ognuna è calcolato in dettaglio il numero di adempimenti, degli enti coinvolti e delle operazioni necessarie all’apertura, oltre al costo totale dell’autorizzazione. Lo studio analizza anche alcune aspetti dell’apertura d’impresa comuni a tutti gli aspiranti imprenditori: gli adempimenti relativi a salute e sicurezza, la pratica per esporre un’insegna, la ristrutturazione dei locali, l’assunzione di un apprendista.

"Secondo noi era essenziale avere come prima cosa un quadro completo- ha spiegato Maggiani- con una comparazione tra le città che non vede una disparità solo tra aree geografiche come nord e sud, ma spesso anche tra città vicine. Abbiamo scoperto particolarità curiose, come un uso spropositato ad esempio del termine 'unico', un problema serio di una struttura che è necessario analizzare perché un sistema poco chiaro ha come effetto la deresponsabilizzazione della pubblica amministrazione stessa che a volte chiede documenti già in suo possesso. D'altra parte l'ansia di alleggerimento ha portato a dietro front e vicoli ciechi proprio perché manca una visione generale. Il cobtributo do CNA importante soprattutto perché ci fa essere vicini alle nostre imprese per essere propositivi e dare il nostro contributo al dibattito".

Qualcosa sembra già essersi mosso, infatti, a seguito dell'incontro avvenuto a Roma in occasione della presentazione dei dati dell'Osservatorio, è stato istruito un tavolo per affrontare la situazione nel suo insieme.

Presente anche l'Assessore al commercio e alle attività produttive Lorenzo Brogi: "Alla Spezia viviamo una situazione dove il Suap ha tutto on line e da parte sua il comune fa il possibile, ma gli enti coinvolti sono molteplici. Secondo noi però siamo sulla giusta strada: abbiamo, ad esempio, eliminato la presenza fisica allegerendo la trafila rendendo tutto telematico. Il sogno è avere una pubblica amministrazione sempre più connessa con maggior sfruttamento delle potenzialità delle banche dati già esistenti. Come comune abbiamo ancora tanto da fare, ma già evitare le code fisiche è qualcosa".

Analizzando la situazione della nostra provincia emerge che nel caso del capoluogo abbiamo un sito fatto bene, il che è già un passo avanti per agevolare la nascita di nuove imprese, ma solo 14 comuni sono collegati a 'Imprese in un giorno', il portale che mette a disposizione la modulistica unificata. Poi ci sono comuni apparentemente collegati, ma che di fatto mettono a disposizioni moduli non adeguati che poi verranno rifiutati, come nel caso di Lerici. Poi ci sono i comuni piccoli, senza personale a dedicato, ma che dovrebbero muoversi ad esempio collaborando con altri comuni di pari dimensioni. 

I DATI

Acconciatura
Sessantacinque adempimenti. Ventisei enti coinvolti. Trentanove file (reali o virtuali) da sciropparsi. Una spesa di 17.535 euro. E tutto ciò solo per aprire un salone di acconciatura. A monte della presentazione della Scia (Segnalazione certificata di inizio attività) va previsto il superamento di un esame teorico-pratico a compimento di un corso triennale e di uno stage dalla durata variabile: dalle 500 ore richieste nel Lazio alle 1.200 in Lombardia e in Sicilia. Oltre alla documentazione obbligatoria per legge, da presentare al Suap (Sportello unico attività produttive) un terzo dei comuni pretende attestazioni facoltative. Che possono essere molto onerose. Catania e Ragusa, a esempio, chiedono il certificato di agibilità dei locali, che si ottiene in 60 giorni e costa 1.500 euro.

Bar
Aprire un bar richiede fino a 71 adempimenti e coinvolge anche 26 enti con i quali, però, ci si può dover interfacciare fino a 41 volte perché ad alcuni enti ci si deve rivolgere varie volte. La spesa sfiora i 15mila euro (14.667 per la precisione). L’aspirante imprenditore deve aver frequentato un corso che costa in media sui 600 euro ma dura tra le cento (Emilia Romagna, Marche, Piemonte e Sicilia) e le 160 ore (Campania). Gli adempimenti obbligatori sono cinque. Un terzo dei comuni, però, ne richiede anche altri: dalla relazione sui locali e le attrezzature (140 euro) alla verifica dell’adeguatezza dei locali (300 euro), dal certificato di agibilità (mille euro) alla verifica dell’impianto elettrico. I diritti Scia spesso sono gratuiti ma in sei comuni il loro costo supera i cento euro.

Autoriparazione
L’aspirante autoriparatore si trova di fronte una sorta di montagna: fino a 86 adempimenti complessivi da assolvere. Gli enti con i quali può avere a che fare sono 30 e 48 i contatti. Con oltre 18.550 euro di costi da affrontare. Per diventare responsabile tecnico di un’attività di autoriparatore (meccatronica, gommista, carrozzeria) occorre un corso propedeutico della durata di 500 ore che costa 2mila euro. I diritti Scia oscillano tra la gratuità e un costo superiore ai cento euro. Molte amministrazioni, inoltre, fanno ulteriori richieste rispetto a quelle previste dalla normativa unica. Particolarmente numerosi per l’aspirante autoriparatore sono gli adempimenti ambientali, dall’impatto acustico all’assimilazione acque reflue. Con l’aggravante, anche su questo fronte, dei comuni che procedono in ordine sparso. Pavia, a esempio, chiede anche planimetria dei locali, destinazione d’uso, elenco con la tipologia dei rifiuti e contratto di smaltimento rifiuti.

Gelateria
Per trasformare il suo sogno in realtà l’aspirante gelatiere può trovarsi ad affrontare fino a 73 adempimenti, con 26 enti coinvolti e 41 contatti. E con una spesa per le pratiche burocratiche che da sola arriva a superare i 12.500 euro (12.660 per la precisione). Anche in questo caso è previsto come pre-requisito quello della frequenza di un corso di Somministrazione alimenti e bevande. L’iter burocratico vero e proprio si apre con la presentazione della Scia, di solito accompagnata da una notifica sanitaria. Agli adempimenti standard in questa fase alcuni comuni ne aggiungono di facoltativi: dalla planimetria con relativa relazione alla verifica dell’adeguatezza locali e dell’impianto elettrico.

Falegnameria
Per aprire una falegnameria gli adempimenti possono arrivare a 78, gli enti coinvolti a 26 e a 39 le volte in cui l’aspirante imprenditore (o chi per lui) si deve confrontare con la Pubblica amministrazione. Il combinato disposto di questa girandola di impegni porta fino a 19.742 euro la spesa per le pratiche burocratiche. L’adempimento in sé più oneroso è il certificato controlli antincendi rilasciato dai Vigili del fuoco: mediamente costa 1.600 euro e abbisogna di 60 giorni per il rilascio. Data la particolarità dell’attività di falegname non sempre è il Suap l’interlocutore di riferimento. Talvolta è un apposito sportello comunale al quale si può inviare tramite Pec e/o in via telematica. Rispetto ad altre attività la falegnameria presenta un numero molto elevato di obblighi ambientali. Con costi, tempi ed enti coinvolti estremamente variabili da un comune all’altro. Rimanendo ai costi si va da 150 a 600 euro per le pratiche relative allo scarico di acque reflue, da 500 a mille euro per l’impatto acustico, da 150 a 700 euro per l’industria insalubre e da 500 a 1.100 mila euro per le emissioni in atmosfera.

Salute e sicurezza
La normativa italiana in materia di salute e sicurezza si caratterizza per l’eccessiva complessità e per l’assenza di modularità tra le varie imprese. Di conseguenza, viene imposta a tutti i datori di lavoro, senza riguardo per la pericolosità dell’attività o per la dimensione dell’impresa, l’adozione degli stessi obblighi documentali e formativi. La complessità si traduce anche in onerosità. La spesa media per gli adempimenti su salute e sicurezza sul lavoro va da 1.854 euro per attività di gelateria e acconciature, considerate a basso rischio, a 2.119 per i bar, a 4.414 per l’autoriparazione e addirittura a 5.784 euro per la falegnameria.

Insegne di esercizio
L’autorizzazione al posizionamento di cartelle, insegne di esercizio e altri mezzi pubblicitari coinvolge fino a dodici enti. Un numero che da solo la dice lunga sulla farraginosità della burocrazia italiana e delle sue imposizioni. Per ogni genere d’insegna, se l’attività è prospicente una strada statale, anche la Provincia e l’Anas sono chiamate a dare la loro autorizzazione. In ogni caso, anche per un’insegna di piccole dimensioni posta al di sopra di un’attività in una zona semicentrale, per redigere la richiesta di autorizzazione con i relativi documenti è necessaria una consulenza tecnica. Il combinato disposto porta alcuni comuni (Catania, La Spezia, Siena, Torino) a prendersi oltre 60 giorni per rilasciare il nulla osta. Se l’insegna va collocata in un centro storico, la situazione si complica. L’autorizzazione, infatti, in questo caso abbisogna pure di un nulla osta paesaggistico e di un via libera della Polizia municipale.

Ristrutturazioni edilizie
L’avvio di un’attività presume la realizzazione di lavori edilizi per adattare i locali scelti alle esigenze dell’aspirante imprenditore. Talvolta, poi, alcuni lavori sono obbligati: è il caso degli interventi per agevolare l’accesso ai disabili. Nel caso di semplici lavori di ristrutturazione interna è necessario presentare una Comunicazione inizio lavori asseverata (Cila). Gli adempimenti connessi alla documentazione che va allegata alla Cila sono molteplici. Va assegnato a un professionista l’incarico per redazione del progetto, presentazione della Cila, direzione dei lavoratori, comunicazione di fine lavori, aggiornamento del Catasto. Sempre un professionista deve redigere il progetto dell’impianto elettrico, se previsto. Ancora un professionista deve coordinare le attività mirate alla sicurezza. Una serie di obblighi burocratici che da soli arrivano intorno ai 5.500 euro di spesa.

Assunzione di un apprendista
La legislazione del lavoro prevede tre diverse tipologie di apprendista. L’Osservatorio ha scelto come esempio il contratto di apprendistato professionalizzante. Per il quale il datore di lavoro ha l’obbligo di garantire la formazione professionalizzante, la cui durata e modalità di erogazione sono stabilite dal Contratto collettivo nazionale di lavoro o da accordi interconfederali. La formazione va integrata dall’offerta formativa pubblica finalizzata all’acquisizione di competenze di base (da 40 a 120 ore). Il costo
medio di questi adempimenti è di 400 euro e gli enti di riferimento talvolta sono diversi. Il datore di lavoro è costretto, pertanto, a comunicare più volte e a più enti le stesse informazioni in contrasto anche con il divieto di chiedere alle imprese documenti e informazioni già in possesso della Pubblica amministrazione.

 

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